Un anno di gratitudine
Credo che sia importante crearsi dei riti personali, e che questi riti si possano collegare a quelli collettivi.
Il Varco che si apre l’ultimo giorno dell’anno è per me uno dei momenti più densi di significato: un tempo finisce, ne comincia un altro; c’è una fine e c’è un inizio, la stanchezza e l’entusiasmo, il bisogno di togliere dalle spalle qualche peso e la voglia e la fiducia di festeggiare possibilità nuove.
Quindi mi avventuro sul web spulciando immagini buffe e consigli pratici per stilare una lista di obiettivi da raggiungere l’anno prossimo, riflettendo innanzitutto sulla differenza fra le parole “proposito” e “obiettivo”: quest’ultima mi piace di più, contiene in sé l’idea della mèta e non della sola intenzione, che lo sappiamo tutti che spesso il buon proposito viene dimenticato il 31 gennaio, a essere ottimisti.
Trovo liste allegre e corredate da disegni simpatici che mi invitano a bere molta acqua (in effetti me lo dimentico sempre), fare una lauta colazione (c’è qualcuno che davvero si prende la briga di apparecchiarsi la tavola alle sette del mattino come se fosse in un hotel a cinque stelle?), mangiare cibo sano e tanta verdura (dai, io credevo che si potesse avere una mente sana in un corpo sano ingurgitando solo patatine fritte e noodles), fare molto moto e andare a letto presto, smettere di avere pensieri negativi e troppo legati al passato (ovvero, non pensare a quel povero elefante rosa che è più reclamato che mai, poraccio) e così via. Una mi consiglia addirittura di vivere in una casa molto ordinata. Simpaticone. Un’altra mi esorta a uscire spesso all’aria aperta (e fin qui ci siamo, avere un cagnone aiuta) indossando vestiti che mi mettano di buon umore, e io già mi vedo con caldi calzettoni a righe, anfibi e enormi cappelli colorati.
In realtà ho riflettuto a lungo sulla qualità che voglio riuscire a integrare maggiormente l’anno prossimo.
Cicerone diceva che la gratitudine non è solo la più grande delle virtù, ma anche la madre di tutte le altre: con uno sguardo grato a ciò che siamo e a ciò che abbiamo siamo capaci di accogliere, nel senso più profondo del termine, con fiducia.
Gratitudine, accoglienza, fiducia.
Difficile.
Gratitudine è essere consapevoli, prima di tutto. Consapevoli che ci sono cose buone al mondo, in noi e nella nostra vita. Cose che riconosciamo come importanti, grandi e persino belle, per le quali sentiamo di potere ringraziare e celebrare.
Gratitudine è una pratica, è una scelta. Richiede forse fatica, e sicuramente tenacia per percorrerla.
Già è difficile muovere la nostra attenzione sul positivo e cercare di farcela restare il tempo necessario per rinforzarlo con la forza della consapevolezza, sentendo il corpo che si libera nell’emozione calda che abbraccia. Figuriamoci quando accade qualcosa che ci disturba.
Eppure sono profondamente convinta che da ogni situazione abbiamo da trarre insegnamenti per la nostra crescita, e che in ogni accadimento doloroso o scomodo possiamo stanare un motivo per cui essere grati, trasformarci tutti in tanti segugi che nasano intorno per scovare ciò per cui ringraziare. Possibilità che si aprono, sintomi che ci indicano cosa abbiamo bisogno di approfondire, indizi su quale strada percorrere. In poche parole: scavare, non fermarsi all’apparenza ma cercare il nascosto.
Nella pratica? Ho sperimentato come sia utile tenere un Diario della Gratitudine: ogni giorno, scrivere ciò per cui possiamo ringraziare. E stupirsi di quante cose ci siano, che spesso diamo per scontate, che arricchiscono la nostra giornata, o di quanto siamo circondati dalla bellezza, semplicemente.
Un altro modo: il famoso Barattolo della Felicità. Ogni giorno infilare in un bel barattolone capiente un bigliettino su cui si è scritto almeno un motivo per cui durante la giornata ci siamo scoperti grati. Ogni giorno, per un anno. E a Capodanno 2018 troveremo tantissimi ricordi da rileggere, che potremo magari appendere all’albero di Natale, o bruciare nel falò della Vecchia, o condividere con chi amiamo.
Buon anno a tutti!
Il Varco che si apre l’ultimo giorno dell’anno è per me uno dei momenti più densi di significato: un tempo finisce, ne comincia un altro; c’è una fine e c’è un inizio, la stanchezza e l’entusiasmo, il bisogno di togliere dalle spalle qualche peso e la voglia e la fiducia di festeggiare possibilità nuove.
Quindi mi avventuro sul web spulciando immagini buffe e consigli pratici per stilare una lista di obiettivi da raggiungere l’anno prossimo, riflettendo innanzitutto sulla differenza fra le parole “proposito” e “obiettivo”: quest’ultima mi piace di più, contiene in sé l’idea della mèta e non della sola intenzione, che lo sappiamo tutti che spesso il buon proposito viene dimenticato il 31 gennaio, a essere ottimisti.
Trovo liste allegre e corredate da disegni simpatici che mi invitano a bere molta acqua (in effetti me lo dimentico sempre), fare una lauta colazione (c’è qualcuno che davvero si prende la briga di apparecchiarsi la tavola alle sette del mattino come se fosse in un hotel a cinque stelle?), mangiare cibo sano e tanta verdura (dai, io credevo che si potesse avere una mente sana in un corpo sano ingurgitando solo patatine fritte e noodles), fare molto moto e andare a letto presto, smettere di avere pensieri negativi e troppo legati al passato (ovvero, non pensare a quel povero elefante rosa che è più reclamato che mai, poraccio) e così via. Una mi consiglia addirittura di vivere in una casa molto ordinata. Simpaticone. Un’altra mi esorta a uscire spesso all’aria aperta (e fin qui ci siamo, avere un cagnone aiuta) indossando vestiti che mi mettano di buon umore, e io già mi vedo con caldi calzettoni a righe, anfibi e enormi cappelli colorati.
In realtà ho riflettuto a lungo sulla qualità che voglio riuscire a integrare maggiormente l’anno prossimo.
Cicerone diceva che la gratitudine non è solo la più grande delle virtù, ma anche la madre di tutte le altre: con uno sguardo grato a ciò che siamo e a ciò che abbiamo siamo capaci di accogliere, nel senso più profondo del termine, con fiducia.
Gratitudine, accoglienza, fiducia.
Difficile.
Gratitudine è essere consapevoli, prima di tutto. Consapevoli che ci sono cose buone al mondo, in noi e nella nostra vita. Cose che riconosciamo come importanti, grandi e persino belle, per le quali sentiamo di potere ringraziare e celebrare.
Gratitudine è una pratica, è una scelta. Richiede forse fatica, e sicuramente tenacia per percorrerla.
Già è difficile muovere la nostra attenzione sul positivo e cercare di farcela restare il tempo necessario per rinforzarlo con la forza della consapevolezza, sentendo il corpo che si libera nell’emozione calda che abbraccia. Figuriamoci quando accade qualcosa che ci disturba.
Eppure sono profondamente convinta che da ogni situazione abbiamo da trarre insegnamenti per la nostra crescita, e che in ogni accadimento doloroso o scomodo possiamo stanare un motivo per cui essere grati, trasformarci tutti in tanti segugi che nasano intorno per scovare ciò per cui ringraziare. Possibilità che si aprono, sintomi che ci indicano cosa abbiamo bisogno di approfondire, indizi su quale strada percorrere. In poche parole: scavare, non fermarsi all’apparenza ma cercare il nascosto.
Nella pratica? Ho sperimentato come sia utile tenere un Diario della Gratitudine: ogni giorno, scrivere ciò per cui possiamo ringraziare. E stupirsi di quante cose ci siano, che spesso diamo per scontate, che arricchiscono la nostra giornata, o di quanto siamo circondati dalla bellezza, semplicemente.
Un altro modo: il famoso Barattolo della Felicità. Ogni giorno infilare in un bel barattolone capiente un bigliettino su cui si è scritto almeno un motivo per cui durante la giornata ci siamo scoperti grati. Ogni giorno, per un anno. E a Capodanno 2018 troveremo tantissimi ricordi da rileggere, che potremo magari appendere all’albero di Natale, o bruciare nel falò della Vecchia, o condividere con chi amiamo.
Buon anno a tutti!

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